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Le teorie del complotto attirano gli utenti di Facebook

La crisi economica? Un complotto del gruppo Bilderberg. L’epidemia da virus Ebola? Una cospirazione organizzata dalle grandi case farmaceutiche e da Bill Gates, con la complicità della moglie. L’incidente aereo del Boeing 777 della Malaysia Airlines, caduto in Ucraina? Una trama ordita da Obama e dai Rothschild per uccidere Putin.

Sono alcune delle fantasiose teorie che circolano sui social network per spiegare fatti salienti della cronaca più recente. Gli italiani sono tra i più appassionati e avidi consumatori di questa grossolana dietrologia complottista.

Facebook, specialmente, è uno dei canali dove più e meglio si esprime il pensiero cospirativo. Come risulta dai due studi, “Science vs Conspiracy: collective narratives in the age of(mis)information” e “Collective Attention In the Age Of (Mis)Information”, i cui autori hanno esaminato migliaia di post, pubblicati su decine di pagine del social network di Mark Zuckerberg.

Da queste ricerche, frutto della collaborazione tra università italiana con istituti universitari di altri paesi, emerge come il web rappresenti un terreno fertile per la proliferazione di tesi inconsistenti e prive di riscontro, o di bufale vere e proprie, in grado di ottenere un’attenzione degli utenti, fuori dal normale.

Spesso, la disinformazione su Facebook impera e i suoi frequentatori – nonostante l’insistenza di una certa letteratura sulla “saggezza delle folle”, naturalmente favorita dall’avvento della tecnologia della rete – sono propensi a mettere sullo stesso piano informazioni di qualità e verificate con notizie e affermazioni campate per aria.

Di esempi ce ne sono innumerevoli e documentati. Per dare conto di questa realtà si può attingere ad un ampio e ben nutrito campionario. Si va dall’accusa al governo Usa di aver creato l’Aids per controllare la popolazione africana, all’indimostrato legame tra vaccinazione e autismo, fino alla teoria delle scie chimiche in base alla quale le normali nuvole di vapore acqueo rilasciate dagli aerei in volo sarebbero, in verità, sostanze inquinanti, volutamente disperse nell’aria da non ben identificati agenti maligni per causare un disastro climatico.

Questo tipo di contenuti inaffidabili, a volte, finiscono per confondersi con le loro parodie, realizzate ad arte da burloni, o troll, per prendersi gioco dei tanti creduloni presenti in rete.

E’ il caso, citato dai ricercatori, della pagina Facebook che denunciava, in concomitanza con le elezioni politiche del 2013, l’approvazione in Italia di una legge, finalizzata a destinare 134 miliardi di euro ad un fondo per trovare lavoro ai parlamentari non eletti, attribuita ad un inesistente senatore Cirenga. La vicenda potrebbe far sorridere, ma il dato significativo è che la notizia, completamente inventata, si è propagata online, ricevendo migliaia di consensi e di commenti pieni di vero sdegno, prima di scoprirne la falsità.

La disinformazione digitale ha un impatto che non può essere sottovaluto e le sue conseguenze non vanno banalizzate. Come evidenzia il World Economic Forum, nel rapporto Global Risk 2013, il fenomeno costituisce uno dei principali rischi della moderna società iperconnessa.

Questo perché le voci incontrollate su Internet possono avere un effetto equivalente a quello causato dalle grida “al fuoco, al fuoco” urlate in un teatro affollato, con la gente in preda al panico che fugge da tutte le parti alla ricerca dell’uscita, incurante di quanto potrebbe accadere al prossimo. Magari è solo uno scherzo e, dopo un po’, ci se ne rende conto, ma, intanto, il danno è fatto.

Come con il tweet della falsa notizia dell’uccisione del presidente siriano Bashar al-Assad che è stato in grado di far aumentare il prezzo del petrolio o con le false informazioni di sparatorie, diffuse sui social network in Messico, che hanno provocato la chiusura ingiustificata di negozi o il mancato invio a scuola dei ragazzi, trattenuti a casa da madri preoccupate per la loro incolumità.

Disinformare, quindi, paga, dal momento che, grazie alla comunicazione via web, si riesce a condizionare e orientare i comportamenti delle persone nella vita reale con grande giubilo dei complottardi che crescono in influenza e seguaci. Proprio questi ultimi, più di altri, subiscono il fascino di quello che leggono, impegnandosi a condividere e diffondere in rete la “controinformazione” alternativa complottista.

Di più, questo tipo di lettori tendono a interagire con persone che la pensano come loro, formando un gruppo a sé stante, polarizzato sulla propria narrazione cospirativa. Dal che si può arguire che chi entra in questo circuito, più facilmente resta ancorato al suo sistema di credenze, anche in futuro. L’opinione complottista, in altri termini, resta tale nel tempo ed è difficile spostarla dalle sue posizioni, pure muniti di buoni argomenti.

 

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