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Per la critica al tutto gratis su Internet

Il “tutto gratis” nell’economia digitale non va più di moda come prima. A criticare la validità di questo orientamento, radicato nel mondo del web, è anche Jaron Lanier, pioniere della realtà virtuale, considerato dal periodico “Time” uno dei più influenti esperti di informatica, collaboratore di Microsoft Research e creatore di startup che ora fanno parte di Google, Oracle e Adobe.

Nel libro “La dignità ai tempi di Internet”, il modello “free”, invalso nella rete, e sostenuto da una vasta schiera di cyber-attivisti, è oggetto di una stroncatura senza appello.

Possiamo ancora permetterci di continuare a regalare gratis musica, foto, film o informazione? No, perché gli effetti di questa impostazione sono nocivi. Il pericolo è, addirittura, quello di un collasso del sistema.

Il fatto è che la new economy, basata sulle reti digitali, non produce abbondanza per tutti ma è fonte di crisi, disoccupazione e diseguaglianza crescente. Ricchezza e potere si concentrano nella mani di pochi in una forma insostenibile.

I benefici del nuovo assetto economico, secondo Lanier, sono appannaggio quasi esclusivo di chi gestisce i server centrali che organizzano il mondo. Le grandi fortune si accumulano intorno ai “server sirena”, grandi infrastrutture di computer connessi in rete che attirano e si appropriano di un’enorme mole di informazioni e dati presenti online sfruttandoli con enorme profitto senza pagare.
Google, Facebook, Amazon e altre società mega-tech della Silicon Valley appartengono a questa élite di ricchi scrocconi.

Il motore di ricerca, fondato da Sergey Brin e Larry Page, vive e prospera grazie alle informazioni gratuite inserite online da milioni di internauti. E’ questo il business che organizzano i suoi server. Il social network di Mark Zuckerberg, da parte sua, sfrutta i dati personali forniti dagli utenti – i quali barattano la privacy per una falsa idea di gratuità – per guadagnare a sbafo. “Altri esempi – aggiunge Lanier – sono Amazon ed eBay che non pagano per le recensioni o le presentazioni dei prodotti che vendono”.

Nell’economia digitale, a rimetterci sono i creatori di contenuti. Il valore dell’attività dei produttori non viene ricompensato. Prendiamo ad esempio Google Translate. Dipende dall’opera di traduttori umani anonimi che non sono su alcun libro paga. Su Internet, d’altronde, si ascoltano continuamente canzoni ma sono un numero ristrettissimo i musicisti che riescono ad avere successo e ottenere un ritorno economico dal loro lavoro.

Nella new economy, la logica prvalente è quella dello star system dove chi vince prende tutto. E’ vero per casi individuali, come quando qualcuno incassa cifre grazie a una singola app per smartphone o a un video postato su Youtube, ma anche le startup tecnologiche che si affermano sono poche e quelle in grado di emergere accumulano rapidamente fortune notevoli.

Per Lanier il mercato digitale è simile ad una economia feudale in cui la ricchezza viene attribuita ad un gruppo esiguo mentre la maggioranza della gente ne resta esclusa.

“Un numero formidabile di persone – sottolinea Lanier – offre una quantità formidabile di valore attraverso i network. Ma nella distribuzione della ricchezza la parte del leone la fa chi aggrega e gestisce queste informazioni e non chi fornisce la materia prima”.

Più il modello economico attuale progredisce e si estende ad altri settori, più mette in crisi la classe media che con lo sviluppo della tecnologia digitale e l’automazione vede profilarsi un futuro di impoverimento e disoccupazione.

Il passaggio alla nuova realtà produttiva comporta, infatti, una preoccupante perdita dei posti di lavoro. La vicenda della scomparsa della Kodak è indicativa. Nel massimo della sua espansione l’azienda fotografica impiegava 140mila addetti e valeva 28 miliardi. Adesso che è fallita, al suo posto è subentrata Instagram. Nel 2012, questa app gratuita che consente di elaborare e condividere foto digitali, è stata venduta a Facebook per un miliardo di dollari e il suo organico contava 13 persone.

Lanier teme il peggio dall’allargamento dei principi della new economy a comparti come manifattura, trasporti, energia, educazione e sanità. Un modo sbagliato e anti-umano di pensare la tecnologia e la rivoluzione digitale rischia di provocare stagnazione economica e disoccupazione di massa.

Questo processo, tuttavia, si può arrestare ripudiando lo schema “free” e proponendo, in alternativa, un meccanismo redistributivo con un sistema universale di micropagamenti. In futuro, secondo Lanier, accedere alle informazioni dovrà avere un costo e Google e Facebook dovranno fare i conti con questa nuova situazione, monetizzando ad un prezzo equo l’attività degli utenti online.

In circolazione, ci sono già applicazioni mobili come Fronto e Perk che pagano alle persone piccole somme, tramite Paypal, ogni volta che si interagisce con la pubblicità promossa.

Ancora più interessante è la soluzione adottata da Bubblews, un social network nato nel 2012. I fondatori hanno deciso di versare una quota, anche minima, di introiti pubblicitari a favore degli iscritti che contribuiscono ad attrarre traffico e inserzionisti con i loro contenuti inseriti nella piattaforma.

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