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Intelligenza artificiale e rivoluzione digitale : una nuova religione?

Cosa accadrebbe se nei prossimi decenni un’intelligenza artificiale (AI) prendesse coscienza di sé e mostrasse una volontà propria?

Questa domanda costituisce uno dei quesiti di più stringente attualità nell’ambito della riflessione sul futuro delle nuove tecnologie. Molti dei protagonisti di queste ricerche di frontiera hanno infatti recentemente preso posizione in merito a questo interrogativo, mostrando talvolta grande preoccupazione per gli esiti che il “risveglio” delle AI potrebbero avere su l’umanità futura.

Si pensi ai ripetuti moniti di Elon Musk e al suo continuo richiamo distopico, in special modo connesso a inquietanti scenari militari dominati da tecnologie intelligenti e senza controllo. Se il fondatore di Tesla spicca come una delle voci più critiche nei confronti di una ricerca indiscriminata sulla AI, il campo è anche attraversato da posizioni entusiastiche che intravedono nei prossimi decenni il dispiegarsi di un orizzonte di possibilità politicamente e socialmente “liberatorie”.

Autonomizzazione dell’intelligenza artificiale

Uno degli aspetti più controversi e stimolanti di questo dibattito emerge però in relazione ai dilemmi etici potenzialmente generati dall’ipotesi di una repentina autonomizzazione delle intelligenze artificiali. Nell’immaginare questo rivoluzionario e complesso scenario sembrano mobilitarsi infatti anche risorse simboliche che appartengono a un linguaggio di tipo religioso.

È di questi giorni, ad esempio, la notizia, svelata da Wired, della fondazione di un movimento di stampo religioso da parte di Anthony Levandowski, ex-ingegnere di Google e Uber impegnato negli ultimi decenni nello sviluppo delle intelligenze artificiali che dovrebbero permettere la guida autonoma dei veicoli.

Dopo alcune controverse cause legali che lo hanno visto contrapposto ai due colossi della new-economy, Levandowski avrebbe registrato alla fine del 2015 presso la IRS (Internal Revenue Service), l’agenzia governativa esattoriale statunitense, un’organizzazione religiosa non a scopo di lucro nota come Way of the Future.

Una mente divina

L’organizzazione, della quale Levandowski sarebbe ufficialmente CEO e presidente, si proporrebbe di sviluppare e promuovere la realizzazione di una mente divina basata su un’intelligenza artificiale; attraverso la comprensione e la venerazione di questa “divinità” l’organizzazione intenderebbe contribuire al miglioramento della società.

La mente divina alla quale Levandowski fa riferimento non è ovviamente quella sulla quale si fondano le confessioni monoteistiche, ma una sua immaginifica evoluzione tecnologica che scaturirebbe come forma di auto-consapevolezza dell’intelligenza artificiale che dovrebbe generarsi in seguito al balzo tecnologico preconizzato da Raymodn Kurzweil nel suo volume del 2005: The Singularity is Near. When Humans Transcend Biology.

Secondo questo pioniere delle nuove tecnologie, la fusione tra uomini e macchine potrebbe trasformare non solamente i nostri corpi, ma anche la maniera in cui siamo abituati a pensare quei dilemmi etici sui quali la religione ha finora esercitato il proprio “monopolio” discorsivo.

Sebbene gli obiettivi della Way of Future appaiano ancora piuttosto nebulosi, è sufficiente notare come Levandowsky abbia preso seriamente il monito utopico lanciato da Kurzweil. Difficile dire se il neo-presidente di Way of the Future intenda davvero fondare una confessione religiosa, della quale dovrebbe proporsi come leader carismatico; non è neppure da escludere che l’operazione abbia un intento auto-promozionale e ironico, in questa fase critica della sua carriera.

Al di là degli aspetti apparentemente risibili di questa svolta religiosa, la vicenda di Levandowski spinge però anche a porsi alcuni interrogativi. Se è vero infatti che nella storia dell’umanità ogni balzo tecnologico ha prodotto nuove domande e risposte su un piano religioso, quali inedite espressioni spirituali prenderanno forma dalla rivoluzione digitale?

La posta in palio appare decisiva e, a maggior ragione, il protagonismo religioso di un ingegnere appare stridente e incongruo. Questa invasione di campo, che molti potrebbero ritenere inaccettabile, non potrebbe però anche essere lo specchio dell’impreparazione delle agenzie tradizionali di erogazione di beni religiosi e spirituali rispetto alle sfide poste dalle nuove tecnologie?

Se le religioni istituzionali sembrano contrapporsi a questo balzo tecnologico esclusivamente attraverso una postura sospettosa e difensiva, non è forse normale che nel campo religioso appaiano inedite soggettività auto-elette per tentare di rispondere ai quesiti che assilleranno l’umanità nei prossimi decenni?

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