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Internet e cellulari non portano al villaggio globale

Le comunicazioni tra le persone tendono a restare concentrate in uno spazio limitato che coincide grosso modo con preesistenti divisioni, principalmente regionali e linguistiche. Come emerge da una ricerca del MIT, pubblicata nel mese di dicembre 2013, i rapporti via telefono sono confinati, in generale, in un’area ristretta di pochi chilometri al massimo, malgrado le tecnologie moderne consentano la possibilità di connettersi con amici e familiari anche a grandi distanze.

Più che un villaggio globale, tanto per richiamare la fortunata e citatissima espressione del sociologo canadese Marshall McLuhan, il mondo sembra essere rimasto un villaggio e basta.

Negli ultimi anni, molti settori delle scienze sociali hanno potuto avere nuovi sviluppi grazie alla disponibilità di uno straordinario accumulo di dati, rilevati da un numero sempre più ampio di contesti di attività umana, comprese le telecomunicazioni.

I progressi della società dell’informazione e la diffusione massiva di tecnologie, come cellulari e computer, permettono di studiare i fenomeni di interazione sociale e i modelli di mobilità con una maggiore precisione e capacità di dettaglio rispetto al passato.

L’impatto di questo processo sulla conoscenza è di ampia portata trasformando settori come geomarketing o pianificazione urbana, i cui problemi possono essere ora affrontati in maniera più approfondita.
Anche i ricercatori del MIT, in collaborazione con quelli appartenenti ad Orange Labs, hanno attinto all’enorme mole di informazioni a disposizione per dare un contributo alla comprensione della dimensione spaziale delle relazioni sociali in singoli paesi.

Per condurre la loro indagine Carlo Ratti, Stanislav Sobolevsky Michael Szell, Riccardo Campari, Thomas Couronné e Zbigniew Smoreda, hanno esaminato milioni di chiamate da telefono fisso o cellulare, effettuate in sette differenti nazioni (Gran Bretagna, Francia, Italia, Belgio, Portogallo, Arabia Saudita e Costa d’Avorio), utilizzando i dati aggregati e anonimizzati forniti da vari operatori di telefonia, tra cui Telecom Italia.

Con l’aiuto di algoritmi informatici i sei autori sono riusciti quindi a definire reti tra flussi di comunicazione che come risultante hanno dato una suddivisione in linea di massima corrispondente alle frontiere politiche, sociali e linguistiche, identificate dalle mappe geografiche tradizionali.

Per esempio, in Belgio soltanto il 3,5% delle telefonate attraversano il confine tra le regioni delle Fiandre, nelle quali si parla fiammingo, e della Vallonia, dove è più comune la lingua francese, mentre in Gran Bretagna sono meno del 10% a non oltrepassare una linea di circa 150 chilometri a nord di Londra.

In Italia, esaminando unicamente i dati di telefonia fissa, soltanto il 7,8% delle chiamate supera il confine settentrionale dell’Emilia-Romagna ma la maggior parte riflette le ripartizioni amministrative, andamento riscontrabile sia nel caso della Francia che del Regno Unito. I network, insomma, evidenziano comunità che si connettono secondo criteri di coesione territoriale.

Questo significa che anche in una realtà moderna, apparentemente senza confini, la gente, che sia residente in Arabia Saudita, in Francia o in Italia, comunica prevalentemente con le persone più vicine. In altri termini, non si può sostenere che la tecnologia di per sé comporti l’abbattimento dei limiti spaziali dei rapporti tra gli uomini ma, per contro, sembra piegarsi e infrangersi davanti alla persistenza delle barriere di carattere locale.

La teoria che prevedeva l’eliminazione dei vincoli geografici grazie all’avvento della rivoluzione tecnologica mobile e digitale era “una suggestione molto in voga negli anni ’90 del secolo scorso”, commenta Stanislav Sobolevsky, ricercatore del SENSEable City Lab del MIT. “Abbiamo sempre più conferme – aggiunge – che non è quello che si sta verificando”.

Il lavoro svolto sul campo dagli scienziati suggerisce che la geografia e i legami storici esercitano ancora un notevole condizionamento nella vita delle persone, anche nell’era digitale.

Secondo Carlo Ratti, docente di Tecnologie urbane presso il MIT, i modelli estrapolati, da cui facilmente si è in grado di dedurre  e confermare quei confini invisibili che dividono gruppi sociali e regionali, possono avere implicazioni pratiche per i decisori politici, quando si dovessero prendere in considerazione eventuali modifiche e riorganizzazioni di tipo amministrativo. Si potrebbero evitare gravi errori di impostazione, come accaduto in Portogallo con il referendum del 1998 che ha bocciato le proposte di riordinamento degli enti locali, avendo una maggiore cognizione di quali cambiamenti siano più conformi alla realtà delle interazioni umane.

In futuro, questo tipo di ricerca potrebbe, d’altra parte, avere valore in campo privato per aziende interessate ad aprire nuovi fronti di indagini per migliorare la presenza sul mercato.

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