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Molestie online? Gli utenti hanno idee differenti

Si fa presto a dire molestie online. Sempre più utenti Internet denunciano di averne subite. Ma un’indagine del Pew Research Center, condotta con interviste a oltre 4mila persone negli Stati Uniti, mostra come non sia facile definire e accordarsi su cosa sia una molestia online.

Linea di separazione

L’obiettivo perseguito dagli autori della ricerca Crossing the Line: What Counts as Online Harassment? è quello di esaminare in modo più approfondito l’orientamento degli utenti, sottoposti a differenti scenari di interazione digitale. E riuscire a desumere indicazioni utili a comprendere dove e quando agli occhi delle persone si stabilisce la linea che separa un molestia online da un’azione non considerata come tale.



Non sempre c’è accordo, specialmente di fronte a episodi che coinvolgono donne e minoranze. Tuttavia, sono in molti a concordare sul fatto che determinati comportamenti debbano essere ricompresi nella categoria delle molestie online. Come, per esempio, nel caso di minacce violente dirette a un utente.

Diversamente, gli intervistati sono in disaccordo se giudicare molestie online attività quali l’invio di messaggi inappropriati e sgarbati oppure la condivisione in pubblico via web di una conversazione privata.

I responsabili delle piattaforme digitali dovrebbero intervenire in queste corcostanze? Anche su questo aspetto i pareri espressi dagli interpellati in parte convergono, in parte divergono.

Tre casi

Per avere un’idea più precisa delle opinioni degli utenti Usa, i ricercatori hanno proposto tre casi ipotetici con uno scenario di progressiva escalation delle interazioni digitali.

Nel primo, una controversia nata in privato tra due amici su argomenti politici diviene materia di discussione pubblica dopo che i messaggi tra loro vengono inviati ad altri da uno degli interlocutori ritenutosi offeso. E, in seguito, postati via social network da una terza parte venutane a conoscenza.

Conseguenza? Uno dei due amici comincia prima a ricevere messaggi inappropriati e successivamente con esplicite minacce mentre il suo numero di telefono e l’indirizzo di casa vengono resi pubblici.

Reazioni degli utenti? C’è un largo accordo nel qualificare minacce online i messaggi sgarbati di terzi (72 per cento), quelli volgari (82 per cento), e di minaccia (85 per cento). Allo stesso modo viene considerata  anche la pubblicazione via Intenet di informazioni personali senza il consenso dell’interessato (85 per cento).

D’altro canto, però, soltanto il 48 per cento contro il 52 per cento degli intervistati pensa che costituisca molestia online l’atto di inoltrare il materiale di una conversazione privata ad altre persone. E pubblicare messaggi privati sui social media? Per il 54 per cento è molestia contro il 46 per cento che, invece, non lo reputa tale.

Infine, solo una minoranza estrema (4 per cento) è convinta che, nel caso in questione, non siano riscontrabili molestie di alcun tipo.

Sessismo e razzismo

Negli altri due scenari prospettati, le divisioni tra gli utenti si accentuano. Qui siamo davanti a casi che riguardano molestie a sfondo sessuale e razzista.

Come precedentemente, gli utenti sono chiamati a valutare il contenuto di messaggi e post in un quadro in cui insorge una discussione sui social media in merito a temi controversi.

In questa occasione, i protagonisti sono rappresentati da una donna e da un uomo che vengono bersagliati con post improntati rispettivamente a sessismo e razzismo.

Naturalmente, la maggior parte degli intervistati giudica che si subiscano molestie online quando i personaggi fittizi, creati appositamente a fini d’indagine, sono presi di mira con messaggi volgari contenenti minacce personali e corredati da un linguaggio che colpisce in maniera violenta il genere di una persona, soprattutto quello femminile, o il lato razziale.



Nondimeno, emergono sensibilità differenti tra intervistati uomini e donne. Quest’ultime più inclini dei primi a considerare molestia semplici messaggi scortesi o il solo fatto che un blogger popolare condivida la sua controversia e la trasformi in un caso social sul suo account.

Del resto, anche il problema di un possibile intervento dei responsabili delle piattaforme social come Twitter e Facebook, che hanno peraltro introdotto di recente regole e strumenti più restrittivi contro abusi e molestie, rivela atteggiamenti discordanti degli utenti su sessismo e razzismo.

Se infatti il 66 per cento degli intervistati crede che chi gestisce un servizio web debba agire in caso di molestie a contenuto sessuale contro una donna, questa quota scende al 57 per cento per messaggi di tipo razzista. Stesso atteggiamento difforme si manifesta di fronte a immagini a carattere molesto.

Quando indirizzati a una donna con un chiara qualificazione sessista il 71 per cento reclama l’intervento da parte della piattaforma ma se rivolti a un uomo con risvolti razzisti la percentuale si riduce alla quota del 57 per cento. Come dire che l’insulto razzista non è proprio molesto come quello sessista.

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