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L’arma del satellite contro la schiavitù

La schiavitù si combatte con la tecnologia satellitare. E su Internet si cercano volontari per scoprire, grazie alle immagini riprese dai satelliti, le fabbriche di mattoni in Asia dove gli operai vengono schiavizzati da crudeli proprietari.

Basta andare sul sito di Slavery from Space per dare il proprio contributo all’iniziativa promossa dall’Università di Nottingham e sotto la direzione di Kevin Bales, docente di diritti umani che, con le sue fondamentali ricerche, ha gettato nuova luce sul fenomeno dello schiavismo moderno.

46 milioni di schiavi

La schiavitù, nonostante sia illegale e bandita in tutto il mondo, sopravvive nella nostra epoca in varie forme. Bambini, donne e lavoratori sono l’oggetto privilegiato dello schiavismo nella società contemporanea.
Dove c’è uno schiavo, c’è un padrone che costringe persone, specialmente le più vulnerabili, in una condizione di assoggettamento e di privazione della libertà.

Esempi di moderna schiavitù sono il lavoro forzato, lo sfruttamento sessuale, la schiavitù per debito, la tratta di essere umani, il matrimonio forzato o servile, la vendita o lo sfruttamento dei bambini anche nei conflitti armati.

Attualmente, secondo Global Slavery Index (2016), gli schiavi nel mondo sono circa 46 milioni. Solo in India se ne contano oltre 18 milioni, costretti ai lavori forzati domestici e nell’edilizia, in agricoltura o nelle miniere.
Ma la schiavitù è diffusa e presente in tutti paesi, eccetto Islanda e Groenlandia. In Europa ci sono 1,2 milioni di schiavi e in Italia, quasi 130mila.

L’abolizione della nuova schiavitù è stata inclusa negli Obiettivi di Sviluppo sostenibile stabiliti dall’Onu per il 2030 mentre il diritto internazionale prevede vari trattati e convenzioni – dalla Dichiarazione Universale dei Diritti umani, alla Convenzione di Ginevra del 1926, dal Patto internazionale sui diritti civili e politici alla Convenzione 105 – che ne pongono il divieto.

Eppure, malgrado gli sforzi per sradicare questa violazione pervasiva dei diritti umani, la mala pianta dello schiavismo ha continuato ad attecchire e diffondersi.

Intelligenza artificiale e satelliti al servizio dei diritti umani

Alla modernizzazione e ai progressi della schiavitù, Slavery from Space risponde con il ricorso a satelliti, intelligenza artificiale e crowdsourcing online.

Tradizionalmente, le Ong si sono basate sull’indagine sul terreno per individuare i siti dove si impiegano gli schiavi. Ma conflitti e zone remote, difficilmente raggiungibili, costituiscono un ostacolo all’intervento degli attivisti dei diritti umani.

Meglio, in questo caso, rimettersi alla tecnica che sopperisce ai limiti dell’attività in loco.

Le foto satellitari sono ormai disponibili gratis e in abbondanza con piattaforme come Google Earth e l’occhio umano è più abile del computer a rintracciare determinate immagini.

Questo è ciò che agli internauti volontari è richiesto : andare online, contrassegnare una specifica zona riconosciuta come sito schiavista e inviare con un clic la segnalazione.

Dopodiché, i dati forniti serviranno a perfezionare il funzionamento di un algoritmo, creato per riconoscere e rintracciare automaticamente le fabbriche di mattoni in mano agli schiavisti, localizzate principalmente in un’area chiamata “Brick Belt”, compresa tra il Pakistan, l’India e il Nepal.

Approccio tecnologico vincente

Questo nuovo approccio, complementare all’azione sul campo, favorirà e renderà ancora più efficace, secondo Kevin Bales, il lavoro delle associazioni anti-schiavitù. Finora, migliaia di siti sono stati identificati con l’uso della tecnologia e dei volontari via web.

Già altri ricercatori e organizzazioni non governative si sono avvalsi delle immagini satellitari per contrastare le violazioni dei diritti umani. Con riscontri e risultati confortanti per la loro causa.

E’ il caso dei campi di lavoro minorili scoperti in Bangladesh mentre Global Fund to end slavery le ha utilizzate contro la schiavitù minorile nella pesca in Ghana, coinvolgendo oltre 10mila volontari.

E adesso, grazie al successo della sua iniziativa, Slavery from Space rilancia : il prossimo passo sarà estendere il progetto al territorio del Congo per liberare gli schiavi obbligati ai lavori forzati nelle miniere.

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